non ti conosco però

sei una stonza
non ho idea di chi tu sia
un’idea probabilmente me la sarò fatta
mentre scrivevamo di cazzate campate in aria
per riempire spazi che apparentemente sembravano così pieni
sognando un futuro nè vicino nè lontano ma sicuramente non impossibile

sei una stronza

Mi sono svegliato

Strano che finché la lama del coltello stava dalla parte opposta al mio addome non provavo nessuna esitazione. Adesso quel coltello sta dentro il mio addome e di esitazioni ne provo, eccome.

Succede così, molto spesso anche così. Mi sveglio al mattino che non hai voglia di dirmi nulla ma invece parli, parli, parli e per dirmi che? Compresa questa ti ho dedicato solo undici… righe. Purtroppo dodici.

Mi sveglio la mattina che ho una gran voglia di fare quello che mi tiene vivo: doccia, colazione, lavaggio dei denti e e delle ascelle. Il resto è tutto un contorno. Poi la giornata si evolve, a volte noiosa altre molto di più.

Mi piace pensare che ogni giorno sia un nuovo giorno. Mi dispiace che invece ogni giorno è un nuovo stesso giorno.

che ero

in effetti che ero innamorato è abbastanza semplice da dedurre:
non sentivo mai il bisogno di scegliere una determinata canzone con lei, tutte erano perfette con lei e la musica faceva solo da contorno ad una presenza idilliaca.

adesso non c’è più, e quelle stesse canzoni non riescono più a riempire i miei squarci di tempo passati in macchina.

adesso ogni canzone ha perso tutto il senso che la grande potenza dell’arte è riuscita a forgiare in essa: la perfezione.

Roy Dogson

Sabato sera. Firenze. Due uomini si incontrano sotto l’obelisco di Boboli per parlare, per ignorare che il tempo scorri sotto i loro piedi.
Si tratta dell’uomo dal cappello di nome Cammac e dell’uomo dalla sciarpa di nome Belenrì.
Raccontano a turno di un certo Roy Dogson, cantante ormai poco noto dalle nostre parti e idee ma che ai suoi tempi era davvero troppo forte.
Così che l’uomo dal cappello comincia:

Roy Dogson ha origini americane ma ha vissuto per quasi tre quarti della sua vita attuale in Italia, diceva che l’america lo opprimeva troppo. Roy aveva abbandonato gli studi perchè diceva che lo studio lo faceva pensare, soffriva di sovrappensieri appunto, e gli apriva troppo la mente, cosa che lui ha sempre tenuta al riparo da idee stravaganti e contagiose. Roy aveva la passione per la musica e la scrittura, un pò meno per lo sport. Un giorno, mentre alloggiava al Grand Hotel di Venezia cominciò ad elaborare e scrivere delle sue canzoni, all’epoca non esistevano i computer e neppure le penne ad inchiostro dunque dovette ricorrere alla classica ma mai banale Olivetti Valentine che, come riuscì ad entrarne in possesso 10 anni prima della sua creazione resta ignoto. Le sue canzoni parlano di piante, di amore, delle colorazioni Gram, degli effetti dell’ opsonizzazione dei batteri, di freddo, del camino e della maglia termica.
Creò un album, Friarielli’s Experience, e ci buttò dentro queste 8 canzoni. Ogni canzone trattava in genere tutti i suoi argomenti e racimolò abbastanza scalpore da superare le selezioni di san remo del 1958 senza neppure gareggiare. Solo una, però, conquistò tutti i jukebox di venezia e poi quelli di praga e poi ancora quelli dell’intero continente: quella che parla della maglia termica il cui titolo è ancora vittima di revisione postume continue.
Intanto questa sera vorrei cantarti, voce e pubblico permettendo, la canzone che parla delle piante che da appunto il titolo al suo primo album: Friarielli’s Experience.

(A questo punto sembra poco chiaro cosa l’uomo del cappello disse tra sè. La verità probabilmente è che non disse proprio nulla, oppure semplicemente qualcuno sta cercando di temporeggiare perchè non ha la minima idea di cosa l’uomo col cappello disse, non solo tra sè ma anche all’uomo con la sciarpa. In realtà è andata così, perchè qualcuno era là)

Belenrì lo ascolta.
Cammac canta parlando, perchè non ha una bella voce.

Sono cose che capitano
un giorno stai bene, un giorno
non lo sai nemmeno.
Ti viene voglia di uscire e gridare che
ti manca la voce e
pure le idee per gli antipastini.
Scendi di casa, giù per le scale,
chiami l’ ascensore e lo riporti su
mentre adesso chi ride
non immagina cosa.
Esci, vai in piazza, la piazza è
desolata, ti manca il
fiato, cerchi di spiegarti ma
solo l’occhio attento può veramente
percepirlo.
La piazza è desolata
ti ricordi degli antipastini
e corri al negozio.
Il negozio è grande come un supermercato
ti accorgi che effettivamente è
un supermercato, un super
negozio, ti viene da convincerti.
Ti dirigi al reparto piante, li vedi e
e te ne innamori.
“Friarielli miei è da una vita che vi penso, sappiate che vi ho
sempre riservato spazio nei miei antipastini. Venite con me.”
I friarielli però sono stanchi delle prese in giro dei loro acquirenti
e questa volta non si lasciano acchiappare.
“Tu non hai voglia di friarielli questa sera
tu hai solo voglia di correre avanti e indietro e convicerti di
avere voglia di noi per i tuoi antipastini.”

Esci dal super negozio,
si spengono le luci,
è il tuo momento
si riaccendono,
sei triste ma
è tardi, e
torni a
casa.

Cosavogliamo?

La finzione, i film e ogni forma d’arte in un certo senso rappresentano un modo per evadere dalla nostra esistenza dimensionale nel tempo. E’ per questo che ci piacciono tanto. Immaginiamo realtà diverse perchè non possiamo fuggire dalle nostre. Vivi un’esperienza simile alla tua vita.

Alejandro González Iñárritu

 

la verità

attendo solo che il tempo passi inesorabile, non sto di certo a fermarlo io, il tempo; chi sono io per fermare il tempo? nessuno. attendo che i giorni scorrano inesorabili per incontrarla, per riabbracciarli, per baciarcla, per dirle se mi riconosce ancora, per aiutarli, per abbracciarla e dirle che le voglio bene, per andare da lei e dirle che l’amo. e nel frattempo cosa faccio puntualmente? attendo che il tempo passi inesorabile e non mi fermo nemmeno  a provare a fermarlo, perchè, tanto, chi sono io per fermare il tempo? dice che stando da soli viene meno l’immaginazione, ed una vita senza immaginazione è uno spettacolo mortale. qualcuno diceva che condividere qualcosa nella quale qualcun altro potrebbe rivedersi è forse il nostro scopo, o la nostra consolazione.
ma non voglio che nessuno si riveda nella mia situazione
peccato che lo siamo tutti.

 

l’errore più grande è attendere che il tempo passi inesorabile ed io sbaglio ogni giorno
non era forse l’attesa stessa l’essenza della felicità? l’attesa, dipende da come la si vive, potrebbe risultare una morte temporanea per poi tornare e dimenticarci di momenti che non abbiamo nemmeno vissuto. oggi, comune giorno lontano da casa, è passato pure oggi ed io non ho fatto nulla per evitarlo… ma in fin dei conti, chi sono io per evitare ciò, è nessuno